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NON INTERPRETAVA, GREGORIO CAPUTO VIVEVA

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Europee Taiani e di Mola

Non interpretava, Gregorio Caputo, ma viveva: era così e in piena simpatia comunicava con il sorriso sornione, la battuta pronta, “lu ditteru e lu culacchiu”, il racconto della realtà come favola e la favola come fatto reale.

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Senz’altro la sua carriera sarà da altri narrata, io, pur avendolo da decenni come amico mio personale e della mia famiglia, come cofondatore del Piccolo Teatro, dell’Associazione degli Amici di Porta Falsa, del Museo delle Tradizioni Popolari, come compagno sia di tante iniziative culturali, sia di tanti copioni, sia di tanti viaggi, di lui intendo scrivere i sentimenti, che a piene mani ha effuso e che con intensa nostalgia ha lasciato.

E ha lasciato con la sua scomparsa, a seguito di quella di Federico Schirosi e di Gino Alemanno, e del ritiro di Gerarda Gravili, il vuoto teatrale in dialetto neritino.

Tutta una generazione, che ha fatto spettacolo dai primi anni ’50: da Cesare Zuccaro a Cesare Monte e a Mimino Spano, senza citare i tanti artisti musicali della seconda generazione, ormai è diventata storica. È, ora, è da memoria per la testimonianza umana e da narrazione per quanto ha operato nel campo dello spettacolo.

Una generazione sviluppatasi senza presunzione, con spirito umile, senza esclusivismi, con capacità coinvolgenti, senza albagia, con caparbietà nello studio e con disponibilità all’ascolto.

Questi compongono il settore più cospicuo della pinacoteca artistica di Nardò, il cui filo conduttore non può che spettare a Paolo Zacchino, il maestro dell’arte teatrale, il ricercatore di nuovi segmenti popolani e l’organizzatore di eventi culturali connessi alla tradizione neritina e salentina.

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Sempre insieme: in tandem Paolo, ideatore instancabile, e Gregorio, esecutore fedele ma anche imprevedibile!

Paolo, come novello don Chisciotte avvinto dalla fantasia, dalla irrequietezza culturale e dall’operosità, non poche volte trovava Gregorio, novello Sancio Pancia razionale e meno travolgente: ed era anche spettacolo vederli discutere come in un duello leale e costruttivo.

Una coppia inseparabile, che ora si ricompone in quell’ampio anfiteatro dell’eternità, su un palcoscenico senza limiti né di tempo né di spazio.

A noi, però, ora sì, rimane un palcoscenico vuoto! Invano vorremmo che il nostro teatro, per quanto piccolo, possa ancora spalancarsi spaziando, senza limiti, nella comicità di Gregorio, nelle risate e nel batter di mani. Di questo ora possiamo solo ricordare i vari momenti e, forse, piegandoci in noi stessi, riuscire ad ascoltare l’eco, che giunge da lontano e che fa rincorrere tanti ricordi, palpitare il cuore e dipingere sui nostri volti sorrisi e risate, come se Gregorio tra ilari battute e gesti inconfondibili fosse ancora tra noi. E lo fosse come persona, come professore, come istruttore di scuola guida, come erede del Museo delle Tradizioni Popolari “Paolo Zacchino”, come personaggio teatrale, ma soprattutto come amico.

Nardò non può non rendere orgogliosamente omaggio ancora una volta con un lungo e caloroso applauso… e lui, sornione, gioirà, lanciando chissà quale effervescente battuta, di cui non noi ma quegli altri potranno godere tra consenzienti sorrisi e riverente risata.

Mario Mennonna

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