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IL SETTORE GASTRONOMICO AFFRONTA UNA CRISI GALOPPANTE

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Siamo stati tra i primi al mondo, i primi in Europa, a patire gli effetti nefasti della pandemia da COVID19. Il lockdown, la chiusura in casa, dapprima criticata e vissuta con un certo superiore distacco dai nostri vicini europei, ha finito col diventare la triste regola di vita anche per i più scettici della prima ora. Non mi compete giudicare le motivazioni e gli effetti sanitari del distanziamento sociale, unico strumento ritenuto efficace per il contrasto a questo tipo di epidemie, a detta di tutti gli illustri scienziati che lo hanno imposto ai governi di tutto il mondo civile, nessuno escluso.
Ciò che però mi compete, nel mio piccolo, è una analisi economica, seppur settoriale, limitatamente alla categoria della ristorazione. E mi sia consentita una critica, anche costruttiva se vogliamo, perché forse questa volta più che mai dagli errori si può davvero migliorare. I vari DPCM, i decreti che si sono succeduti ed aggiornati con cadenza quasi settimanale, hanno finora imposto chiusure via via più stringenti nel settore ristorazione, imponendo di fatto uno stop totale e paralizzando un intero settore economico, che fattura milioni di euro, dà lavoro a migliaia di addetti fissi o stagionali ed è anche strategico per altri comparti, essendo ad esempio il naturale sbocco per tutta la filiera dell’agroalimentare, specie quella locale. La ratio alla base dei primi DPCM è stata quella di limitare al massimo la mobilità, cioè non fornire troppe “scuse” per uscire da casa. Così sono rimasti aperti solo pochi negozi, di generi alimentari, definiti “essenziali” o di prima necessità. E fin qui nulla da accepire. La serrata, però, è stata ormai metabilizzata da tutti.
Dopo circa 40 giorni di stop forzato, tutti hanno capito cosa fare per limitare il rischio di contagio: massima igiene personale, mascherine sanitarie, guanti, distanziamento sociale, evitare luoghi affollati, tenere una distanza sociale minima tra individui di almeno un metro, meglio ancora se due. Passato il periodo del bastone, adesso sembra arrivato il tempo della carota e, mi sia consentito, della logica! Moltissimi dei locali chiusi perché ricompresi in maniera troppo estensiva nel codice commerciale “Ateco” 56, cioè “ristorazione”, non sono in realtà ristoranti, ma, ma PASTICCERIE, PIZZERIE, GASTRONOMIE (PRONTO FORNO), TAKE AWAY, ROSTICCERIE, PIZZERIE AL TAGLIO, PICCOLI BAR ed attività di che non hanno mai creato situazioni di assembramento per il semplicissimo motivo che non effettuano servizio ai tavoli. Anzi, la maggior parte di esse non ha tavoli o tavolini ma fa o può fare, per legge, SOLO ASPORTO. Asporto vuol dire che tu telefoni, oppure entri, un cliente alla volta o anche due per i locali più grandi, prendi il prodotto e lo porti a casa! Perché, dopo 40 giorni di chiusura, non posso ordinare una pizza, munito di mascherina, ritirarla e portarla a casa? Perché posso comprare un kilo di pere, ma non un kilo di pasticcini? Perché mi è consentito di comprare un etto di mortadella dal salumiere, ma non una lasagna pronta per casa? Perché cruda sì dagli scaffali del supermercato e cotta no, in gastronomia? Perché per alcuni negozi l’unico strumento di sopravvivenza, si fa per dire, è la consegna a domicilio, impraticabile spessissimo per mancanza di abitudini consolidate, attrezzature ed autorizzazioni sanitarie, e per altre l’asporto non è mai stato messo in discussione, fin dal primo DPCM di metà marzo? Vai a capire.
Con l’asporto invece moltissimi locali avrebbero ripagato negli ultimi giorni almeno affitti e bollette e sono certo che alcuni (noi per primi) avremmo rinunciato anche al bonus da 600 euro del governo, che sarebbe potuto servire invece per rendere più consistenti gli aiuti per i nostri colleghi della vera ristorazione, quella col servizio ai tavoli, per esempio.
Ormai il danno, enorme, è stato fatto. Ed il costo economico e sociale di questo che a mio parere è un “errore da ignoranza” del legislatore, in buona fede, ma sempre di errore si è trattato, è spaventoso!
Inutile piangerci addosso. Così è stato, andiamo avanti, pensiamo al futuro. Sindaci, governatori, deputati, associazioni di categoria, finora troppo impegnati forse a inseguire scoop sensazionalistici ed emozionali per elettori eventuali, farebbero meglio DA ADESSO a recuperare il terreno perduto: scrivete, fatevi sentire nelle sedi opportune, difendete con la salute anche l’economia dei vostri territori, rappresentando ai prefetti ed ai rappresentanti delle Regioni, del Parlamento e dei Governi le legittime esigenze di migliaia di operatori e lavoratori dell’asporto alimentare e relative famiglie!!!
Se proprio non si riesce a sbloccare questa assurdità prima (cosa che secondo me si potrebbe fare tranquillamente), speriamo almeno dal 4 maggio di non dover essere costretti, se vogliamo una pizza, un pasticciotto, un rustico o una lasagna a doverla necessariamente acquistare surgelata al supermercato.
Perché qui stiamo mortificando ingiustificatamente ormai un intero settore che, consentitemi un ultimo sfogo, non può ridursi dal fresco di qualità al congelato o ai “Quattro salti in padella”. In padella o sul fuoco ardente, da 40 giorni, siamo finiti tutti noi!
GIUSEPPE SPENGA
titolare GASTRONOMIA DA ASPORTO “MANGIA e FUCI” Nardò.

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