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LA LETTERA INTEGRALE DEL PROFESSOR MARIO MENNONNA SULLA CAVALCATA E LA FIERA DELL’INCORONATA

Carissimo Paolo, io so che tu sai, ma ti scrivo per esternare a te i miei pensieri, prima di doverli manifestare in assemblea appena mi sarà data occasione.

Non ho altri interlocutori di quelli che hanno vissuto dal 1974 i tuoi e i nostri progetti, le tue e le nostre aspettative, le tue e le nostre mete conquistate, le tue e le nostre delusioni, mentre proponevamo, costruivamo, operavamo e aprivamo a collaborazioni.

Infatti alcuni di noi zittiscono, si adeguano e, ignavi, lasciano scorrere quanto si proclama, divenendo, così, complici; altri si sono allontanati esterrefatti dei comportamenti messi in atto da coloro che, anche se da te chiamati, ritengono di essere esclusivi di assumersi la tua eredità, sì, come è avvenuto soprattutto ultimamente, da poterla bistrattare, inquinare e dissacrare.

Io, ancora permanendo, non posso restarmene in silenzio e non evidenziare la tuttologia, la saccenteria e l’autorefenzialità a danno degli altri e di te stesso.

Lo sai, Paolo, che si è giunti a questo, pur dinanzi a documentazione cartacea, giornalistica, visiva in filmati, fotografica… e non parlo della memoria di tanti, anche turisti.

La nostra «Cavalcata storica e Fiera dell’Incoronata» non esiste più con i primi grandi risultati delle prime edizioni.

Alcuni erano in fasce per poter essere protagonisti ed altri non avevano alcun interesse né culturale né civico, per cui non possono sapere, ma, se sapevano e sanno, manifestano malafede, irriguardoso atteggiamento verso i pionieri e manipolazione dei fatti.

Basta sfogliare la documentazione esistente, con spirito sereno e, nel contempo, critico, per vedere quante persone adulte -uno dei primi duchi fu Giancarlo De Pascalis- erano protagonisti accanto, sì, a tanti ragazzi, coinvolti, questi ultimi, soprattutto per educarli alla partecipazione a alla condivisione man mano che crescevano.

E tutto cercando di rispettare, nella necessitata spettacolarità, la vicenda storica rievocata, una volta scelta l’epoca di metà ‘600, cui, ovviamente, doveva riferirsi anche la Fiera.

Sarebbe stato facile inserire personaggi e gruppi di altre epoche, sì da avere in un miscuglio storico tra figuranti medioevali, rinascimentali e barocchi…sarebbero mancati i romani e i preistorici! Sarebbe stato facile inserire giochi estranei alla nostra storia e alla nostra vicenda; cene barocche e così via.

E che dire della facilità e della minore fatica di far girare sull’extramurale il corteo, come già avveniva e avviene per particolari processioni religiose, prescindendo dall’«Incoronata», così come, invece, voleva e vuole la vicenda storica rievocata.

Ma non sarebbe stata più la «Cavalcata storica e Fiera dell’Incoronata». Già il termine «Cavalcata» era, pur solo a livello nominale, una forzatura, ma bisognava far effetto/spettacolo.

Se non si va più in corteo/cavalcata verso l’«Incoronata» e non la si coinvolge anche come chiesa e organizzazione della festa, non ha più senso conservare l’originaria denominazione.

Non concordi con me, caro Paolo, che di fatto è già una revisione sostanziale e storica di quanto noi avevamo ideato e concretizzato? Di quanto la storia, cui ci si riferisce, parla?

Non la si faccia più e si inizi con un altro tipo di manifestazione: ogni generazione e ogni gestione hanno la peculiarità della propria libertà.

Ma non si può zittire se si modifica snaturando e, ancor più, se ci si erge a critici demolitori di ciò che è stato a fronte di ciò che è.

I risultati di quel tempo, pur apprezzati e gratificati dalle migliaia di persone e di turisti, non erano mai soddisfacenti né per te né per me, perché volevamo crescere e migliorare: non ci beavamo di elevarci e sciorinarci addosso gli osanna, perché non eravamo né saccenti ne autoreferenziali.

Essere capaci di conoscere i propri limiti è segno di maturità, di cultura e di capacità di confronto.

Il guaio è anche che tu, Paolo, insieme a me e agli altri organizzatori delle prime edizioni, sei ricordato dai tuoi eredi, autentici demolitori, come colui che utilizzava per i suoi spettacolari esperimenti i bambini e i ragazzi dalle scuole «prelevati», a mo’ di deportati… come se oggi questi non ci siano e almeno quel centinaio di figuranti, compresi i numerosi gruppi esterni, siano in prevalenza adulti.

Lo so e lo sai che noi preferivamo –anche se, bisogna dirlo, senza esaltanti risultati- coinvolgere soprattutto la città di Nardò, i suoi cittadini, piccoli e grandi che fossero.

Così come per il teatro: oltre alle esibizioni in teatri sia in città che in Italia, noi lo volevamo nelle piazze per far conoscere ai turisti, ma agli stessi neritini, il nostro linguaggio, le nostre tradizioni e anche la bravura degli interpreti.

Era una precisa scelta culturale: volevamo coinvolgere, manifestando, senza alcuna pretesa tuttologa di chicchesia, ognuno le proprie capacità e le proprie peculiari competenze maturate con studi ed esperienze.

Ma che senso ha il tornare alla storia: per apprezzarla bisogna avere sensibilità umana e culturale!

Ma soprattutto che senso ha tenerti legato al mio scritto…

Non è meglio, dopo questa mia esternazione, che sa tutta di umano, che tu faccia ritorno a ricovrarti sotto le grandi ali di Dio e a continuare, riscuotendo grande gratitudine, ad organizzare spettacoli sui prati fioriti e erbosi dell’eternità?

Mario Mennonna

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