Il racconto umano di un noto assicuratore stimato in tutta la città, segnato da una tragedia che ha spezzato vite e lasciato ferite indelebili
Conosciuto come assicuratore serio e stimato in tutta la città, oggi mi ritrovo a dover spiegare pubblicamente una storia che ha già lasciato ferite profonde e irreversibili nella mia vita privata. Negli ultimi giorni diversi organi di informazione locali e regionali hanno dato ampio spazio a una vicenda dolorosa che mi riguarda direttamente, una storia che, se osservata esclusivamente attraverso la lente del diritto, rischia di perdere completamente la sua dimensione umana. Da un punto di vista personale sono una persona offesa e lacerata da una perdita prematura e devastante; da un punto di vista giuridico, invece, vengo indicato come responsabile in quanto figlio dell’anziana proprietaria, nel frattempo deceduta, dell’abitazione di campagna in cui, nel luglio del 2019, persero la vita non solo la compianta signora Antonella Antonaci ma anche mia moglie, Cinzia Cataldi, la donna che ho amato profondamente. In relazione al procedimento penale che mi vide indagato per omicidio plurimo colposo sento il dovere di chiarire un aspetto spesso travisato: la decisione di definire quel processo con una pena concordata, il cosiddetto patteggiamento, non fu una scelta vile né il tentativo di sottrarmi alle mie responsabilità, ma una decisione maturata in un momento di profonda fragilità emotiva, quando non ero nelle condizioni psicologiche di affrontare un iter processuale lungo e doloroso che avrebbe inevitabilmente riaperto ferite ancora sanguinanti e aggravato un lutto già insopportabile. Per quanto riguarda la recente sentenza emessa in sede civile nel giudizio promosso dai familiari della signora Antonaci, ribadisco il mio rispetto per la decisione del Giudice; ciò che non posso accettare, invece, è l’esultazione di chi ha scelto di trasformare questa vicenda in una gogna mediatica, soprattutto sui social network, attribuendomi una presunta “negligenza” con toni accusatori e offrendo una rappresentazione dei fatti parziale, semplificata e fuorviante. In quella tragedia io non sono stato soltanto un soggetto chiamato a rispondere in sede giudiziaria: ho perso anche mia moglie, un dolore che non si cancella con una sentenza, né si misura con una condanna o con un risarcimento economico. Mi ha fatto piacere constatare come molti lettori abbiano voluto ricordare questo aspetto fondamentale, intervenendo per ristabilire equilibrio e umanità nel racconto pubblico dei fatti, perché in casi come questo non esistono vincitori né vinti, ma solo vite spezzate e famiglie segnate per sempre. Per ciò che riguarda me e i miei familiari, la solidarietà umana nei confronti dei familiari della compianta Antonella Antonaci non è mai mancata, ed è proprio questa solidarietà che dovrebbe prevalere, al di là delle sentenze e delle polemiche, affinché tragedie di tale portata non vengano strumentalizzate ma affrontate con rispetto, misura e umanità.


