venerdì, Giugno 5, 2020

Agorà Jus: Il Covid nelle strutture socio sanitaria, tragedia umana senza precedenti. Riflessioni sul futuro

-Di Antonio Palumbo- La pandemia da Covid-19 ha piegato il mondo intero, l’Italia e alcune regioni della stessa – in particolare la Lombardia – dove le migliaia di decessi hanno decimato intere città.

Non sfuggirà alle memorie future le tragedie delle residenze per anziani, delle case di riposo e delle RSA luoghi in cui, per consuetudine sociale o per difficoltà di gestione familiare, vengono accolti i nostri amati anziani, i “vecchi” una volta che le loro autonomie si riducono, le facoltà cognitive si affievoliscono divenendo uomini e donne fragili e perciò considerati al limite della loro esistenza contrassegnata dalla precarietà e dalla fragilità umana.

Tanti sono stati gli operatori impegnati “al fronte” in questo momento di emergenza tra i quali i pedagogisti e gli educatori che, con scarsi dispositivi di protezione individuale, sono rimasti in servizio anche in condizioni estremamente difficili. Il loro punto di vista è necessario al fine di ipotizzare quel cambiamento determinante un’inversione di rotta finalizzata ad ottenere una maggiore consapevolezza per risvegliare le coscienze al fine di ripartire in maniera più consapevole nelle relazioni interpersonali specie destinando uno sguardo maggiormente attento agli anziani.

È questo il monito e l’auspicio che lancia Valeria Bonfanti psico-pedagogista lombarda che da anni si occupa di consulenza educativa alla persona, alla coppia e alla famiglia supervisionando progetti di equipe presso enti e strutture e che ha toccato con mano, nella propria esperienza professionale recente, il dramma dei tanti anziani deceduti e delle famiglie rimaste prive dei testimoni della loro storia. “L’anzianità in tempi lontani è stata sempre riconosciuta come l’età della saggezza, della sapienza, in quanto depositari e testimoni fedeli di memoria, di narrazioni, di esperienze, di vissuti storici e politici trasmissibili inter-generazionalemente“.

Tuttavia l’attuale implosione del sistema sanitario, che trova le sue origini nelle politiche passate, secondo la pedagogista “ha messo in evidenza l’impossibilità di farsi prossimo all’altro, di preservare, di poter offrire il proprio calore umano, la propria vicinanza fisica che si traduce spesso in gesti semplici ma di forte valenza educativa come il dare una carezza, l’accudire amorevolmente, offrire la dolcezza di uno sguardo attento e premuroso o il tenere la mano“.

È accaduto, purtroppo, che l’anziano e i propri familiari hanno sperimentato su di sé la sofferenza, vista nei volti dei propri cari, nelle persone amate per questo secondo la Dottoressa Bonfanti “Le esperienze dovrebbero educarci al cambiamento, a capire ciò che non può più funzionare come prima, perché in nessuna età quanto in quella senile, vi è tanta dignità nell’affrontare la vita, la sopportazione, il declino e la morte“.

Pertanto “la qualità della vita deve essere l’obiettivo principale da perseguire in una società che si definisce civile, anche nel caso di ultra anziani, magari malati terminali. Anche in questi casi si può ancora fare qualcosa: agire sull’ambiente sociale e affettivo che circonda la persona, determinante per il suo benessere. Il problema gerontologico è un problema di strutture inefficienti e di carenze economiche, ma è ancor di più un problema di atteggiamento della collettività, di stili educativi nei confronti dei suoi membri che non vengono più considerati produttivi“.

Importante è, quindi, determinare un vero cambiamento nello stile di vita al fine di creare un nuovo modo di approccio alle situazioni, alle cose, alla natura, alle persone, all’uomo, alle relazioni che da decenni si sono date per scontate determinando un cambiamento radicale ovvero uno spartiacque dove il “prima” sarà un termine di paragone, un riferimento imprescindibile per farci capire l’errore. “In quanto comunità educante, riferisce la dottoressa Bonfanti, abbiamo il dovere e la responsabilità di risvegliare ciò che di più profondo è insito nell’uomo, della sua infinita possibilità di essere educabile, capace di progettare e riprogettarsi attivando un cambiamento attivo su di sé e sul mondo che ci circonda, riuscendo così a sanare questo pianeta malato, inquinato, virulento e fragile che da troppo tempo è stato obliato a favore di un’economia spietata, di un’alienante imperversare di slogan artatamente costruiti che ci hanno portato all’ottundimento del pensiero razionale“.

È evidente, quindi, che nell’accompagnamento dell’essere umano nel cammino della vita, compreso quello della persona anziana in una condizione di fragilità psicofisica e nella necessità di aiuto, l’assistenza seppur necessaria non è sufficiente. È illuminante, a tal riguardo, la ricetta della pedagogista lombarda secondo cui è necessaria una “relazione educativa d’aiuto nell’accezione sinergica di:  1- accoglienza progettuale, 2- sviluppo dinamico del potenziale globale, 3- autentica inclusione. Occorre una progettualità accogliente, in cui l’affettività sia connotata di benevolenza centrata sul vero bene della persona tale da consentire la costruzione di relazioni significativamente umane attraverso gesti quotidiani attenti, premurosi e caldi capaci di esprimere la nostra professionalità nell’esprimere prossimità, vicinanza, comprensione, amicizia“.

Occorre, pertanto, secondo il pensiero della Dottoressa Bonfanti, educare all’empatia e alla relazione educativa d’aiuto perché “nulla deve essere più lasciato al caso o in balia degli eventi, tutto va progettato con estrema cura e meticolosità con una competente coordinazione pedagogica all’interno di tutte le strutture socio-sanitarie“.

Tale prospettiva, secondo la professionista, consiste nella progettazione di contesti strutturati, coerenti, comprensibili e adattabili in funzione delle effettive esigenze delle persone, mai riducibili alle macchinose compilazioni burocratiche di documenti e schede. “La promozione integrale di cui è promotrice la pedagogista Valeria Bonfanti nei suoi progetti professionali nelle strutture socio-assistenziali, consiste nell’offrire un’attenzione peculiare all’unicità ed irripetibilità della persona, che risponde in modo differente alle modificazioni psicofisiche e sociali tipiche della vecchiaia. Ogni personalità deve essere accompagnata educativamente in modo creativo ed originale entrando in relazione empaticamente con l’altro, con rispetto nel suo mondo emotivo e nella sua storia di vita ancor più in presenza di malattie croniche invalidanti tentando sempre di coglierne i desideri e gli interessi seppur consci della sua fragile diversità. È fatto obbligo di ribaltare il mondo del sopruso, dell’indifferenza collettiva, ora acuita dal distanziamento sociale, che alimenta la “cultura dello scarto” sdoganata come efficientismo e autodeterminazione!

Concordando con il modus operandi della Dottoressa Bonfanti è evidente che se si vuole ripartire dalla pandemia per costruire una comunità umana centrata realmente sull’uomo soprattutto nelle strutture assistenziali”è necessario orientarsi, coraggiosamente verso orizzonti di senso esistenziali con uno sguardo etico ed educativo valorialmente fondato, cercando di far cambiare prospettiva alle organizzazioni e alle istituzioni indirizzandole verso un cambiamento migliorativo” che possa anche prescindere all’efficienza che, spesso, appare un finto traguardo da perseguire giacchè costruito su budget di natura economica e non su valori umani.

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