GATTO LATERALE
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AGORA’ JUS : IL COVID ENTRA IN CARCERE ….. MA STA STRETTO

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-Di Antonio Palumbo- Come immaginabile e, purtroppo, temibile, il Coronavirus ha varcato le porte dei penitenziari italiani già atavicamente alla prese con il problema del sovraffollamento contagiando e mietendo vittime tra i detenuti e il personale sanitario e di polizia.

È il caso di ricordare, al fine di rendere più chiara la natura del fenomeno, che la popolazione carceraria ammonta, da ultime stime, a 57.590 unità – a fronte di un’effettività di posti non superiore a 48.000 – e che un terzo dei detenuti sono in attesa di giudizio, pertanto, in regime di custodia cautelare.

Già ha destato scalpore come, a ridosso dell’esplosione della pandemia nel nostro paese, siano stati effettuati una serie di trasferimenti di ospiti intra moenia senza un preventivo screening anti Covid.

L’arrivo della pandemia vera e propria, pertanto, ha amplificato il citato problema tanto che in data 04 aprile u.s., il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, Giovanni Salvi, in assenza di disposizioni normative provenienti dal Governo chiaramente e immediatamente attuabili, aveva invitato i P.G. presso le Corti d’appello d’Italia, tramite delle linee guida raccolte in 18 pagine di documento, ad intervenire per ridurre il sovraffollamento carcerario costituente uno dei primi fattori accelerativi della diffusione del virus stante l’impossibilità, allo stato, di mantenere nelle anguste celle il previsto “distanziamento sociale” di almeno un metro.

Allo stesso modo, si sollecitava la magistratura inquirente, nella richiesta di misure custodiali, a tenere – nel bilanciamento delle diverse esigenze – in debita considerazione il principio della tutela della salute pubblica.

Si è, pertanto, maggiormente sensibilizzata l’applicazione di quel principio normativizzato nel codice di rito per cui la custodia cautelare in carcere deve rimanere una “extrema ratio”, dovendosi preferire misure alternative come gli arresti domiciliari. Andrebbero, inoltre, arginate in questo periodo, da parte dei pubblici ministeri le richieste di applicazione del carcere preventivo, procrastinando l’esecuzione delle ordinanze di custodia già emesse.

Principi, questi, che hanno trovato l’assenso anche del procuratore capo presso la Procura della Repubblica di Milano, del Dr. Santi Consolo, magistrato già direttore del DAP, del mondo dell’avvocatura penalistica con le illustri opinioni degli Avv.ti Gian Domenico Caiazza e Beniamino Migliucci oltre ad essere il monito del Santo Padre nelle ultime celebrazioni pasquali.

Ma lo stato dell’arte è lungi dal trovare un’adeguata risposta ai problemi; è stato, purtroppo, necessario scomodare la CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) da parte di un detenuto presso il penitenziario di Vicenza il quale si è rivolto all’organismo comunitario di tutela dei diritti umani giacchè l’angusto spazio della cella nella quale è detenuto impedisce, di fatto, l’adeguato distanziamento sociale e quindi favorisce la diffusione del virus.

Il sovraffollamento delle carceri italiane, però, è atavico e cronico e la soluzione a tal problema richiederebbe l’adozione di provvedimenti di scarcerazione – quanto meno in favore di coloro prossimi al fine pena che lasciando gli istituti potrebbero far calare il numero dei prigionieri e, di conseguenza, aumentarne gli spazi vitali – oltre che “coraggiosi” provvedimenti di indulto e di amnistia.

Per tale motivo, la CEDU ha formalmente chiesto al Governo Italiano, in persona dell’ex dj Bonafede, attuale ministro alla Giustizia, quali siano le modalità con cui s’intenda attuare il distanziamento sociale in carcere misura, questa, utile per evitare che i penitenziari italiani diventino delle bombe batteriologiche e sociali.

Non è dato sapere cosa abbia risposto il ministero di Via Arenula; tuttavia le istituzioni ritengono di risolvere la vicenda adottando un numero di braccialetti elettronici – cinquemila – insufficienti a risolvere il problema alla luce del fatto che l’esubero dei detenuti è pari almeno al doppio.

Fa riflettere la circostanza, poi, per cui il Parlamento di un paese meno democratico del Nostro, ovvero la Turchia di Erdogan, abbia provveduto alla messa in libertà di novantamila detenuti eccezion fatta per quelli condannati per i reati più gravi.

Utile sarebbe stata, a supplire il vuoto normativo, una maggiore flessibilità da parte dei Tribunali di Sorveglianza che, spesso, hanno respinto le istanze di sostituzione della detenzione carceraria con formule di stile ricorrendo alla mai doma inammissibilità salvo qualche illuminato magistrato meneghino che ha provveduto anche a scomode “scarcerazioni” di detenuti in regime di 41-bis immediatamente censurati dalla corrente “manettara” del C.S.M..

Il timore, pertanto, è che sconfitto e/o contenuto il virus dei “liberi” si debba affrontare il dramma dei detenuti con gli inevitabili risvolti batteriologici e sociali se solo si pensa che i “rivoltosi” di San Vittore sono stati adeguatamente redarguiti dagli agenti in tenuta antisommossa con modalità alquanto censurabili.

Il tutto con buona pace dei principi della CEDU per la cui violazione si intravede una ennesima procedura sanzionatoria a carico del Nostro paese.  

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